{ venerdì, 11 dicembre 2009 }

“Il litorale, il testo e il senso”, di Vittorio Sella

Il litorale, il testo e il senso

Alcune riflessioni
Il litorale è per me da tempo motivo di osservazione e di studio dal punto di vista della storia e della cronaca delle trasformazioni che sono avvenute, e continuano ad andare avanti, in questi ultimi decenni.
In tempi di pace il litorale come confine e limite di un’isola è luogo di dialogo e di incontro.
Tutto dipende dai rapporti di forza tra chi sta dentro l’isola e chi arriva da fuori. In passato il contatto tra questi due poli è stato una sopraffazione, spesso una rapina. Gli storici, ma anche gli antropologi veri, scrivono che noi come popolo sardo siamo il risultato di mille contaminazioni, cioè il frutto di quegli incontri-scontri tra culture differenti.
Ma oggi la realtà del litorale ripropone il rapporto in termini nuovi. A dettarli sono le leggi dell’economia
e del profitto. La regola alla base di questo dialogo in vaste parte della Sardegna pende dalla parte del
fuori, e chi sta dentro non è alla pari con l’altro, che impone le regole del gioco. E chi decide di stare all’interno, ha vissuto un ruolo subalterno. Penso alle grandi imprese immobiliari che controllano il territorio costiero. Il risultato di questo rapporto tra chi è al di qua del litorale e chi arriva da fuori con il potere della finanza è la morte del litorale e del paesaggio primigenio, che diventa teatro organizzato dalla speculazione immobiliare e si estende sempre più con la presenza di forze interne. A queste brevi riflessioni si riconducono Tegole prigioniere, Como est iscuricanne e All’alba, la cala tra i pini. I tre testi pongono con il linguaggio della poesia civile il tema nelle terre marginali, come nel litorale della Sardegna, della supremazia di chi irrompe nella scena con il potere del capitale immobiliare e ne sollecita le regole sul piano locale. Ma c’è chi resiste e difende i luoghi della memoria, che ama, come sta accadendo in questi mesi per il borgo e la pineta di Santa Lucia. Questi tre componimenti fanno parte di una raccolta inedita che ho intitolato Ferite alle radici.

Vittorio Sella
Siniscola, Novembre 2009

Tegole prigioniere

Nel cuore antico di un borgo di mare
tra vuoti palazzi padronali
c’era una casa al piano terra
fatta di una stanza sola.
Una donna l’abitava vecchia e saggia
come la sacerdotessa di una chiesa
con la porta che si apre sulla piazza.
Ogni cosa vedevi al suo posto,
il pavimento con le mattonelle linde,
i piatti appesi alle pareti azzurre,
in alto il tetto e le canne strette
ai pali di un ginepro senza tempo
con corone di fichi e uva passa.

Non so più come si chiama,
ma la ricordo con i capelli grigi
seduta su una pietra levigata
e gli scolari attorno ad imparare
la storia del pane buono fatto in casa.
E le maestre ansiose di ascoltare
la fiaba della madre che ogni notte
ritorna scalza alla fontana per lavare
i panni di un figlio mai cresciuto.

Se ora cammini in quella via
la porta della casa è sempre chiusa
e le tegole del tetto ad una ad una
rimosse sono finite in altro mare
per abbellire in silenzio prigioniere
una casa sconosciuta e senza sogno.
E l’incanto delle storie rinnovate
precipita senza ascolto nell’oblio.

Como est iscuricanne

Rena, rena minuta
e lepiesa de urminas solianas
chi cupan solu in s’ora serentina.

Terra, terra ‘e tottus
chi iffriscat
su pede nudu chi affungat
in sa paza marina assentata
oru oru su mare semenata
eris prejonera in abbas de iscuru.

E bides chi onzunu die pro die
lassat restos
tassas, tappos de ampullas
chicones istutatos
de ghiniperos mortos.

S’unda atunzina si pesat
e isperdet sos sinnos istiales
cun sa vorza ‘e su ventu
chi inzecat
e istronat puzones disconnotos
corvos de mare.

E tandho benin a sa muta
disizzos cuatos
de comporas de domos
de terrinos brujatos
cun recatu ‘e bancas.

E bolan
nughes de alarpes
supra sos benes anzenos.

Custa est s’ora
de sos meres furisteris in cussu mare.

E morit s’arvorinu
e morin sos ballos
intro ‘e sas domos istranzas a
s’ammentu
iscaza ifferchita punzata
intro ‘e sa terra isempiata.

Toccat de ischire . . .
Toccat de ischire . . .

Ora viene il buio
Sabbia, sabbia sottile/ e leggerezza di impronte assolate/ che scompaiono soltanto nell’ora serale/. Terra, terra di tutti! che rinfresca/ il piede nudo che affonda/ nell’alga marina adagiata/ nel litorale seminata/ ieri prigioniera nei fondali oscuri/ E vedi che ognuno giorno per giorno/ abbandona resti/ bicchieri, tappi di bottiglie/ tizzoni spenti/ di ginepri morti/. L’onda d’autunno si leva/ e cancella i segni estivi/ con la forza del vento/ che acceca/ e disorienta uccelli sconosciuti/ gabbiani/. E allora compaiono desideri nascosti/ di compravendite di case di terre bruciate/ sequestrate dalle banche/. E volano/ nuvole di rapaci! sopra i beni degli altri/. Questa è l’ora/ dei padroni forestieri in quel mare/. E muore l’alba/ e muoiono i balli/ dentro le case straniere alla memoria/ scheggia trafitta conficcata/ dentro la terra ferita/ Bisogna sapere… / Bisogna sapere…

All’alba, la cala tra i pini

E quando per la prima volta
hai visto il mare di notte
la meraviglia ti ha corroso il sonno
nella casa del pescatore.
E all’alba seduto in faccia alle onde
negli scogli rossi
hai atteso la brezza del mattino,
il sole che si alza
e risveglia il canto del futuro.

E apparivano le vele dei sogni infantili
che accecano la nostalgia del ritorno
alla casa che hai lasciato distante
oltre la montagna.

Il mare. Il mare.
Il mare hai detto con parole di stupore
cogliendo trepidante
con mani mai stanche
le prime conchiglie
e la schiuma che ondeggia
e fugge tra le dita.

E un frammento d’isola lontana
ai tuoi occhi emergeva in alto
dipinto sotto il cielo
e nella mente appariva grandioso
come un dinosauro vivo
fermo nell’acqua.

E non sentivi sul litorale indifeso
il passo ambiguo di chi porta via
il vuoto degli spazi e quel verde
che tinge la terra.

Spirava allora il vento buono
che spingeva la sera
le vele delle barche al rientro
nella cala tra i pini e chiudeva
la porta aperta di fronte al mare
nella casa del pescatore.

E non si notavano nel cielo
sopra la torre e i tetti di Santa Lucia
avide nuvole di cemento ancora.

1 Commento
  1. caterina floris scrive:

    Grazie Vittorio, quanta sensibilità e grandezza d’animo e amore per la tua terra si possono leggere nelle tue parole, nelle tue poesie. E quanta rabbia suscitano in me la cecità e avidità e la violenza che viene fatta ai nostri luoghi, alle nostre anime e che tu denunci. Bisogna dire BASTA e con forza e insieme.

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